INTERVISTA SU ARSKEY AL MAESTRO NUNZIANTE

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INTERVISTA SU ARSKEY AL MAESTRO NUNZIANTE

Messaggio  Lucamenes il Mer 20 Apr 2011, 21:22

Bella e lunga intervista che ho trovato su ARSKEY: http://www.teknemedia.net/magazine_detail.html?mId=8501


Ha ragione Giovanni Faccenda quando dice che non si poteva immaginare un altro pittore degno di accompagnare le opere di Böcklin e de Chirico. Questo artista, che si è presentato a noi semplicemente come un uomo con una magnifica ossessione per la pittura, in un giorno in cui i titani della critica, emeriti pensatori del Novecento come Hans Holenweg, Paolo Parrini, Leopoldo Paciscopi ne tessevano le lodi, ci permette di parlare di un nuovo umanesimo e rinascimento contemporaneo. Sono molti gli aggettivi che Nunziante utilizza per spiegare se stesso – tormentato, perfezionista, appartato, generoso, critico, sensibile, amante del bello – ma è soprattutto l’uomo concettualmente liberale, lontano da ogni forma di estremismo, che apre al colloquio. Non desidera compiacere quanto spiegare che la tecnica diventa virtuosismo solo con una completa dedizione, quel sentire che manca alla gran parte delle persone e che le riscatterebbe da una vita di superficie. Non cita il passato, semplicemente lo ingloba, non sputa sentenze, onestamente dissente dal brutto e dal nonsense. Parla con insistenza di fatica, coraggio, ricerca, ostinazione, perché l’unica corruzione dello spirito arrivi dalla bellezza delle cose, dell’immaginazione. Proprio come Böcklin, nume tutelare, sente di possedere un universo assai più variegato, intenso e profondo del visibile e del quale, lo ringraziamo, ci ha voluto rendere partecipi.

Sandra Salvato: Cosa rappresentano queste Isole del Pensiero. Quale approdo offrono nell’ambito dell’arte contemporanea?
Antonio Nunziante: Sono tre entità legate da una sorta di continuità. Böcklin è stato la pietra miliare dell’ ‘800, forse più per il surrealismo che per la metafisica, che rimane un concetto dechirichiano. Basta ricordare che de Chirico lasciò Parigi, si staccò dai surrealisti per tornare in Italia ed inaugurare questa nuova stagione pittorica, non volle confondere un’iperrealtà con una realtà sospesa, che sono due concetti molto diversi. Del resto anche io, finiti gli studi e già alle prime esperienze pittoriche, ho subito il fascino del surrealismo. Da giovani si è più propensi alle esagerazioni e il surrealismo ti aiuta molto, ti apre porte infinite. Ma dopo questo primo impatto, che mi ha visto partire con grande slancio per la Spagna, sulle orme di Dalì, a Figueres, mi sono accorto che era tutto troppo. Per me. Avevo scoperto Picasso, e volli andare a cercarlo nei suoi luoghi, non impararlo sui libri. Sono arrivato a Vallauris, dove realizzò le ceramiche, sono passato per tutti quei siti dove hanno operato tali artisti. Cominciavo a capire che, in quanto ad aperture culturali, c’erano più possibilità in Picasso che in Dalì. Mentre il primo era più variegato, l’altro mi appariva monotematico, estremista, paranoico, caratterizzato da questa sua pseudofollia. Mi accorsi che era tutto troppo finto, forzato, mentre dietro Picasso c’era un uomo più viscerale, più vero, più vicino al mio sentire. Così ho abbandonato la scena di Dalì e mi sono avvicinato a Picasso e de Chirico, due personaggi che, non a caso, il Moma espone uno davanti all’altro. Quando un artista, un pittore, un musicista, un letterato, riesce a fare qualcosa che incide sul pensiero non di cento persone o di mille, quanto sul pensiero comune di un popolo, di una società, ecco, io penso che abbia raggiunto il suo obiettivo. Perché il compito di un artista dovrebbe essere più alto, non parziale. La sua visione delle cose deve poter essere comunicata a più persone possibili, non per educare o indirizzare, ma per colpire l’immaginario collettivo ed entrare nella cultura di una società. Questo è importante.

S.S: La sua è una pittura riconoscibile, rassicurante, perché rappresenta il recupero di canoni classici, del gusto per la bellezza. Ma è anche una voce controcorrente nello scenario contemporaneo che riesce spesso criptico e irraggiungibile. Come si salva questo tipo di pittura tra moderne ed opposte tendenze?
A.N: Bisogna cercare di andare avanti. A volte mi chiedo cosa ci faccio in questo contesto, poi però vengo confortato dal vedere che sempre più persone si avvicinano al mio lavoro. Mi sento spesso un pesce fuor d’acqua, anzi, come dico agli amici e per usare una battuta, il WWF dovrebbe proteggermi!. E’ molto stimolante portare dalla mia parte il pubblico, quello che magari in un primo momento ti snobba perché pensa che tu abbia trovato una strada preferenziale. Tutt’altro. Comunicare con le persone in questo modo è molto difficile. Forse il Professor Antonio Paolucci, che ha scritto ben sette cartelle sulla mia prossima mostra al Chiostro del Bramante a Roma, mi ha fatto il complimento più grande. Ha detto “Nunziante dipinge con la mano e la pittura dei grandi maestri come io scrivo con la lingua di Dante e Petrarca”. Gli artisti contemporanei, e questa è una critica che muovo senza nessuna remora, vogliono mettere lo spettatore, l’osservatore, in una condizione di inferiorità mentale. Sono molto snob, non vogliono comunicare, ma forse non hanno niente da comunicare. Ti mettono in condizione di sentirti a disagio, di non capire, è veramente poco onesto. Noi viviamo in una società dove la comunicazione è superficiale, veniamo sottoposti a continue provocazioni. Siamo una realtà spaventosamente ipocrita. Digeriamo il terremoto in Giappone vendendo una maglietta, mettendo una scritta, facendo un minuto di silenzio negli stadi. Ebbene, mentre noi agiamo così, c’è un omino in Giappone, una personcina che in appena sette giorni mette di nuovo a regime un pezzo di autostrada andato distrutto per permettere a milioni di persone di transitare. E’ da brivido. E noi ci preoccupiamo del minuto di silenzio… Il Giappone non ha bisogno di noi. Sì, certo, la solidarietà conta, ma contano di più i fatti, saper dipingere, saper disegnare, conoscere, faticare. Perché è molto faticoso fare questa pittura e cercare di comunicare agli altri che esiste ancora il bello, non il bello superficiale, visibile, ma quello interiore, che esiste la ricerca di un equilibrio interiore.

S.S: La pittura, tra tutte le arti, è quella che ha maggiormente subito i condizionamenti del mercato. Chi è oggi il pittore? Colui che fa il mercato o il prodotto a tavolino di abili venditori?
A.N: Ho giusto espresso il mio parere, la mia denuncia, qualche tempo fa sul quotidiano La Nazione, un giudizio che ha fatto scandalo. Per fortuna c’è una voce molto più importante della mia, quella del critico e studioso Robert Hughes che, insieme al Nobel Vargas Llosa, sta portando avanti il movimento degli antimodernisti. Tre anni fa lessi sul Corriere della Sera un articolo molto bello, l’ho ritagliato e affisso in studio. E pensare che viene tacciato addirittura di razzismo, viene definito un reazionario semplicemente perché si permette di dire che esistono delle mafie internazionali, multinazionali dell’arte che condizionano il pensiero comune per meri interessi di mercato. Ecco che allora nascono prodotti costruiti a tavolino, penso ad esempio a Basquiat. Per me, in questo momento, Hughes è un punto di riferimento. Il Prof. Paolucci ha chiamato Giovanni Faccenda nello studiolo di Firenze per comunicargli l’intenzione di mandare al critico americano i cataloghi di questa e della prossima mostra, nella speranza di pianificare un evento con lui presso qualche museo d’oltreoceano. Questo mi conforta e mi dà la forza di andare avanti. Vuol dire che trentatré anni di impegno non sono passati invano. Qui c’è anche il Prof. Holenweg… insomma, non è cosa di tutti i giorni.

S.S: Come se ne esce da questi confronti?
A.N. Si fa finta di niente, bisogna passare oltre, fare finta che non è accaduto niente. Il giorno dopo si ricomincia.

S.S: Fino almeno alla seconda metà del ‘900 un pittore era anche il risultato degli incontri con altri artisti, come musicisti, letterati, filosofi. Oggi come si stimola la propria creatività?
A.N: A volte nascevano dei circoli culturali, penso a Firenze, alle Giubbe Rosse. Non esiste più il cenacolo, il confronto come idea, ci si autoalimenta solo con le proprie emozioni. Io sono informatissimo, leggo due quotidiani al giorno, guardo quattro, cinque Telegiornali, ho passione ma con senso critico. I media hanno un potere importante, tuttavia non possono venirti incontro, cercare di capirti. Dal momento che impegnarsi costa fatica, fare un’inchiesta, andare dall’artista, verificare, diventa complicato e tedioso, risulta più facile chiudersi. Purtroppo si va avanti per teoremi, per sigilli: il pittore popolare, nazionalpopolare, e via dicendo. Mi diceva Marco Goldin con cui ho fatto Caravaggio a Rimini, “Io e te non piaciamo al mondo della cultura perché secondo loro io faccio mostre troppo commerciali, troppo visitate, faccio business con l’arte, tu invece vendi troppe opere. E non va bene”. In Italia non va bene perché in questa società l’invidia è qualcosa che aleggia bella pesante sul capo di chiunque, soprattutto delle persone che dedicano una vita intera al lavoro, in modo ossessivo. Perché se tutto ciò che fai non è per te un’ossessione allora non ci puoi riuscire. Devi stare sul pezzo sette giorni su sette, ogni momento della giornata è buona perché tu possa vedere la pittura, pensare la pittura.

S.S: Apprendistato, difficile sentirne parlare in questa scena contemporanea. In che modo è stato sostituito?

A.N: L’apprendistato è ed è sempre stato importantissimo. Io ho un gruppo di dodici assistenti che lavorano con me, è una moderna bottega rinascimentale. Succede da me, non succede più concettualmente, perché l’apprendistato è faticoso, lo è stare in piedi, sentire un maestro che ti sta con il fiato sul collo, che ti dice come fare. La nostra società insegna che tutto è più semplice. Veline, calciatori, cantanti, ballerine, è tutto più Maria de Filippi che impegno e rinuncia. Io ho rinunciato per trentatré anni della mia vita, ho visto crescere i miei figli per poi perdermeli un po’ per strada. Certo non è bello, però tutto ha un prezzo nella vita. Fare arte a questi livelli è difficile, come avere anche un po’ di faccia tosta, l’ardimento di confrontarsi con Böcklin, de Chirico. Come me, a differenza del pittore italiano (ma di origine greca, n.d.r.), Böcklin ha fatto la strada della pagnotta, ha dovuto fare tanti paesaggi un po’ di maniera per poter vivere. De Chirico invece nasce in una condizione sociale migliore, ha potuto girare l’Europa. Böcklin ha avuto sei figli, io ne ho quattro, perciò devi pensare al quotidiano, perché l’artista vive, si nutre nel bene e nel male del suo quotidiano. Ivi comprese le mogli, io sono alla terza ormai. Ho avuto il primo figlio a ventitré anni e l’ultimo ventuno mesi fa. Mia moglie ha l’età di mio figlio, il maggiore. Per me sono sorgenti di vita, la famiglia dico. Si ricomincia per autoalimentarsi di nuovo, trovare stimoli, perché a volte bisogna rinnovarsi nel profondo, nei sentimenti interpersonali. Io sono - come dicevano Beethoven e Picasso -, un artista di pancia a tutti gli effetti. Sono molto viscerale, sembro apparentemente una persona equilibrata, ma non è così. Sono tormentato interiormente, perché do molto a tutti e questo mi costa molta fatica interiore, spendo tante energie. Penso di dare tanto alle persone, all’arte, a tutti e poi mi trovo sempre un po’ da solo. Inoltre sono un perfezionista ad ogni livello: sono organizzatore, ideatore, manager, pittore, conosco addirittura il prezzo della carta, il prezzo dei contributi che devo alla segretaria… Ho tutto sotto controllo.

S.S: Böcklin, de Chirico, pittori metafisici, onirici, che raccontano un’altra realtà. In che rapporto sta Lei con ciò che la circonda?
A.N: Le cose che mi circondano, beh… so che sono essenziali per permettermi di fare le cose che amo, come la pittura. Bisogna imparare il sacrificio, capire ad esempio cosa significa avere un assistente. Io sono stato assistente di Tommasi Ferroni a Roma, lui mi chiamava perché aveva bisogno di una mano, io correvo, dormivo nella pensioncina a Trastevere, un piatto, una dormita e il resto era a titolo gratuito. Io ero già un professionista, ma quando mi chiamava il Maestro scendevo di corsa. Ora gli assistenti sono tutelati, a libretto. C’è il ceramista, il corniciaio, ci sono sette assistenti al cavalletto, due segretarie, mia moglie che dirige tutto lo Studio, è una moderna bottega, con la telecamera in diretta così puoi vedere quello che faccio. E’ solo l’impegno costante di un uomo che crede fortemente in quello che fa, che crede sia questo ciò che doveva dare.

S.S: Quanto tempo impiega in media per una tela, considerata la cura del dettaglio?
A.N: Non c’è un tempo, dipende. Posso concludere una tela in una giornata oppure metterci un mese, non finirla perché non è il momento di chiuderla. E’ una pittura difficoltosa. In Studio c’è colui che mi prepara la tela con il gesso e questa è di lino come usava una volta. C’è insomma una bottega che mi porta la superficie ideale su cui io inizio a lavorare. Poi ci sono alcuni assistenti che sulle tele più grandi ti danno un mano a fare i pezzi neutri del quadro, quelli che portano via tempo. Quindi tocca a me dargli l’anima. Proprio come si faceva a bottega. Una volta esistevano gli specialisti, c’era chi faceva il panneggio, chi i volti degli angeli. Il Verrocchio era bravo proprio in quelli.

S.S: Stanze. Il punto di vista nasce spesso “al coperto”. Perché del mondo le interessano soprattutto gli interni?
A.N: Essendo questa una pittura introspettiva è più facile chiuderla. Ogni tanto ci sono visioni immaginifiche che portano “fuori”, oppure alzo delle mura che hanno aperture. In ogni caso c’è sempre una fonte di luce nei miei interni. Luce, colore, prospettiva, era il concetto di Piero della Francesca, il più metafisico degli artisti, molto più di Hieronymus Bosch o di Bruegel il Vecchio. Lui è il più sospeso, algido, metafisico. Come dice Hughes “io non sto facendo il rivoluzionario con lo specchietto retrovisore”. Provi a fare una manovra in macchina senza lo specchietto, ti fai del male. Se abbiamo un passato, una storia, un percorso, ma con quale diritto si annulla tutto questo? Chi dice che la pittura è morta, chi lo può teorizzare? Solo perché uno si alza al mattino, fa un manifesto su una rivista d'arte, allora la pittura è morta. Ma non scherziamo. La pittura non è morta e io sono la testimonianza che se fai le cose seriamente si può attrarre l’attenzione di persone che fino a poco tempo fa ti snobbavano.

S.S: Il noto storico dell’arte, Giuliano Briganti, ha giudicato la pittura di Böcklin “un realismo messo a servizio di un’idea, di un intenzione spirituale”. Vorrebbe aggiungere qualcosa?
A.N: Questo è assolutamente vero, è qualcosa che parte da dentro, non può derivare da un freddo calcolo. E’ uno stimolo interiore che ti suggerisce dove andare. E’ un giudizio che esprime perfettamente la natura di questa pittura, di Böcklin e, vorrei dire, anche della mia.
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Re: INTERVISTA SU ARSKEY AL MAESTRO NUNZIANTE

Messaggio  gerardo il Gio 21 Apr 2011, 08:49

Grazie Luca. Una intervista bellissima.
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